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Iniziamo ad addentrarci
in quello che sarà più avanti il corpo del nostro
lavoro, e cioè l’analisi linguistico-comunicazionale
di alcuni processi e di alcuni tipi di testi che
caratterizzano l’eMail Marketing, in generale,
e, più in particolare, quel modo di attuare l’eMail
Marketing che abbiamo visto essere l’eNewsletter.
Continuiamo
col dire che nel rapporto fra il marketer e l’utente
Internet sono presenti degli atti che, dalla pubblicazione
del libro How to do things with words di
J.L Austin (Austin, 1962), in poi, vengono chiamati
Speech Acts (atti linguistici). Ad esempio,
un marketer può fare un’offerta, una promessa,
una richiesta, un ringraziamento e l’utente può
anch’esso fare una richiesta, può dare un permesso,
accettare qualche clausola o rifiutarla. Come
abbiamo visto a proposito della differenza fra
un email opt-in e un email spam, una delle azioni
fondamentali dell’interazione in atto è la richiesta
di un permesso da parte del marketer.
In questa parte approfondiremo l’atto di “dare
un permesso” andando a definire e ad esemplificare
cosa significhi permettere dal punto di vista
semantico. In generale, la persona che permette
a qualcuno di fare qualcosa assume che quel qualcuno
vuole fare quel qualcosa e che non lo può fare
se il parlante dice di non volere che lui lo faccia:
I ASSUME THAT THEY WILL THINK THAT THEY CAN’T
DO IT IF I SAY THAT I DON’T WANT THEM TO DO IT.
(Wierzbicka, 1987: 109) Se infatti un utente Internet
permette al marketer di inviare nella sua eMailBox
delle informazioni, è evidente che questa azione
di inviare è fortemente voluta dal marketer (sta
infatti una sua offerta all’inizio dell’interazione
– Figura 2) e che il marketer non potrebbe eseguirla
se l’utente non lo volesse. Mettendo un’offerta
sulla pagina di un sito, pubblicizzandola attraverso
altre eNewsletter, il marketer non fa altro che
chiedere continuamente: “Mi dai il permesso di
entrare nella tua eMailBox con le mie novità/informazioni?”
E lo chiede a qualcuno che non conosce ma che
sa, o dovrebbe sapere, essere interessato al contenuto
della sua possibile futura comunicazione.
Un secondo aspetto è che l’atto di permettere
è sempre legato a qualche regola. Come afferma
la Wierzbicka, questo fatto is related to the
fact that permitting is somewhat impersonal: even
if it is directed at a particular person is perhaps
viewed not as ‘you’ but as ‘this person’.
(Wierzbicka, 1987: 110)
Ad esempio, l’utente Internet permette
che quel particolare destinatario gli spedisca
un messaggio, con una certa periodicità, su quel
tema e che non venderà a nessuno il suo indirizzo
email (Figura 3). Ma benché si tratti di un particolare
destinatario (es.: IMC o Larry Chase), non sarebbe
adeguato alla situazione che un iscritto qualsiasi
dicesse: “Larry mi ha mandato un email molto interessante”,
a meno che i due non si conoscessero già in precedenza,
cosa che porterebbe il rapporto a non basarsi
più principalmente su delle regole ma sulla fiducia
già instaurata.
Nel caso di una eNewsletter, le regole del permesso
sono definite da colui che ottiene il permesso
(marketer) e non da chi lo dà, il quale non può
far altro che accettarle (dando il permesso) o
rifiutarle (negando il permesso). Osserviamo che
le regole sono fra le condizioni perché il permesso
possa resistere: quando una regola non è rispettata,
come ad esempio quando il marketer vende ad un
altro marketer uno o più indirizzi email dei suoi
iscritti, si verifica una situazione analoga alla
lesione di un contratto: il permesso dato, essendo
intaccato, diventa automaticamente potenzialmente
revocabile anche se il possessore dell’indirizzo
non è a conoscenza del fatto.
Un’altra caratteristica di “permettere”
è che chi dà il permesso è in una posizione superiore
a colui a cui viene dato. Il permesso(P) che dipende
da una certa persona (U) dà la possibilità ad
un’altra persona (M) di fare una certa azione
(S) la cui attuazione dipende totalmente dall’esserci
di P e quindi da U. Quindi, rispetto ad S (es.:
inviare una email), M (es.: Marketer) dipende
da U (es.: Utente). Inoltre, come dice la Wierzbicka,
“the person who permits is concerned not so much
with somebody’s action as with the effect of this
action on some other object or on some place.
If I do (or don’t) permit a certain document to
be seen, I am concerned about that document, which
I must be in charge of, not about somebody’s action
as such.” (Wierzbicka, 1987: 110) Consideriamo
questa affermazione nel caso delle eNewsletter:
- (U) The person who permits: utente Internet.
- (M) Somebody: il marketer.
- (S) Somebody’s action: acquisire l’indirizzo
email (I) di U + inviare più email (@) nell’ eMailBox
(eB) di U.
- Regole su @: tema, mittente, periodicità, formato
accordati.
- Regole su I: non condivisibile con terzi.
- Other object: eB + I.
- (E) The effect of this action: I è condivisa
con M + eB è impegnata da @.
Quindi, U è coinvolto maggiormente con
E che con S. Questo perché l’ effetto dell’azione
va a toccare le cose che appartengono (“in charge
of”) a U, e cioè eB e I. È come se l’utente Internet
dicesse al marketer: “Non mi importa tanto che
mi mandi delle email o che prendi il mio indirizzo
di Posta Elettronica (S), mi interessa che nella
mia eMailBox arrivino quel tipo di messaggi su
cui ci siamo accordati (regole su @) e che non
dai a nessun altro il mio indirizzo email(E),
così come ci siamo detti (regole su I).”. Tutto
quello che abbiamo detto su “permettere” è basato
sul fatto che chi da un permesso ha delle ragioni
per darlo e assume che il destinatario comprenda
questo fatto: “I ASSUME THAT PEOPLE WOULD UNDERSTAND
THAT I HAVE REASONS TO SAY IT” (Wierzbicka, 1987:
109) L’utente Internet assume che il marketer
tenga sempre conto di aver ottenuto il permesso
per certe ragioni ben precise, tra le quali, oltre
alla fiducia per la professionalità delle informazioni
(argomento che tratteremo più avanti), troviamo
le regole prestabilite nell’accordo iniziale.
Ciò che vogliamo dire è che il “permettere” non
è frutto di un impulso, non è come potrebbe essere
un “concedere qualcosa”, ma è un atto che si basa
su delle ragioni, così come lo è il “togliere
il permesso”, ad esempio:
If a galeor permits a prisoner to write a
letter, the implication seems to be that the galeor
is acting in accordance with some general guidelines,
and that if he is making an exception ha has reason
for doing so. On the other hand, if a galeor allows
a prisoner to write a letter he may be simply
doing it on an impulse (e.g. in response to the
prisoner’s entreaties). (Wierzbicka, 1987:
111)
Riassumendo, la persona che permette a
qualcuno di fare qualcosa ha delle ragioni per
agire in quel modo e assume che quel qualcosa,
che vuole essere fatto da chi ottiene il permesso,
non verrebbe fatto se essa non lo volesse. Le
ragioni dell’azione riguardano sempre qualche
regola e questo si lega al fatto che “permettere”,
anche se è diretto a qualcuno in particolare,
vede quel qualcuno come “quella persona” e non
come un “tu”. Inoltre chi dà il permesso è in
una posizione superiore a colui a cui viene dato
ed è coinvolto maggiormente con l’effetto dell’azione
che permette piuttosto che con l’azione in sé.
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